a cura di Monica Di Sisto

Siamo alla stretta finale per quando riguarda il TTIP: il trattato di liberalizzazione del commercio di merci e servizi tra Europa e Stati Uniti che è al centro ormai da tre anni di un’ampia campagna di mobilitazione di Ong, movimenti, sindacati e piccole e medie imprese delle due sponde dell’Atlantico che ne chiedono il ritiro. Nel faccia a faccia tra i negoziatori europei e statunitensi che si è tenuto a New York a inizio ottobre, infatti, le parti hanno preso atto di essere troppo distanti ancora, e proprio sui temi sui quali sono messi sotto pressione dalla società civile: la sicurezza alimentare; gli appalti pubblici; la protezione degli standard di prodotto, sociali e ambientali; la liberalizzazione dei servizi finanziari e pubblici; lo sviluppo sostenibile. Per questo si procederà, d’ora in avanti, per via tecnica, cercando di capire se sarà possibile avvicinarsi per arrivare a un compromesso accettabile, ragionevolmente un accordo-quadro, entro il termine in cui il presidente Usa Obama avrà la potestà legale di sottoscriverlo, cioè metà gennaio 2018.

Le burocrazie transatlantiche, però, sembrano non volersi arrendere all’evidenza che la maggior parte dell’opinione pubblica chieda un profondo ripensamento sulle politiche commerciali internazionali. Anche i recenti rapporti annuali di Wto[i] e Unctad[ii] confermano senza reticenze che il commercio globale, concepito come processo di progressiva deregulation, sta funzionando come determinante della crisi delle piccole e medie imprese, i principali datori di lavoro a nord e a sud, deteriorando anche il potere d’acquisto globale e i mercati interni, cruciali per un armonico funzionamento del commercio.

E’ per questo che si sta cercando surrettiziamente di spingere per l’approvazione di un mini-TTIP: il CETA, analogo trattato tra Europa e Canada il cui iter formale è già concluso e attende la firma finale tra Commissione e Governo canadese, il voto dei rispettivi parlamenti federali e la ratifica dei Parlamentari nazionali. Una mossa che consentirebbe alle oltre 40mila mega imprese Usa che hanno consociate in Canada – tra cui giganti dell’agroalimentare come Coca Cola, McDonald, Cargill, ConAgra foods – di ottenere gli stessi privilegi che garantirebbe loro il TTIP: la possibilità di influenzare la formulazione e l’applicazione di regole e standard che limitino i loro profitti e la facoltà di citare i nostri Stati in giudizio se si sentissero danneggiate da quella che ci piace chiamare democrazia.

Il negoziato ha avuto delle difficoltà per l’impossibilità del Belgio di dare il via libera alla Commissione alla firma del trattato per la resistenza della Vallonia, il Governo di Bruxelles capitale e della comunità francese. Lo stop del percorso di approvazione del CETA, anche se temporaneo mostra quanto siano l’inadeguatezza e l’insostenibilità delle politiche sostenute dalla Commissione Europea a creare le condizioni per i propri fallimenti. La posizione della Vallonia, tutt’altro che nazionalistica e autarchica, ha ribadito come per alcuni capitoli estremamente delicati e rischiosi come quello dell’arbitrato per le imprese, dello sviluppo sostenibile, l’innalzamento degli standard di qualità, non ci siano le tutele necessarie. Il rapporto “Butta quella pasta” redatto da Fairwatch nell’ambito della Campagna Stop TTIP Italia mostra quanto il CETA sia lesivo non soltanto della qualità e della sicurezza del settore agroalimentare italiano, ma anche della modalità in cui oggi in Europa si assumono le decisioni, insomma la democrazia stessa.

Quello che è emerso con il caso della regione belga è ciò che le campagne Stop TTIP/CETA hanno ribadito per oltre due anni, ma che la Commissione Europea ha pensato bene di ignorare. Rimaniamo comunque con gli occhi aperti, è necessario che il Consiglio Europeo si esprima in modo incontrovertibile sulla situazione.

Per questo chiediamo che sospendano ufficialmente l’approvazione del CETA e il negoziato TTIP, cambiando radicalmente rotta. Per questo, come Campagna Stop-TTIP, il 4 e 5 novembre organizzeremo eventi in diverse città italiane, per ribadire la nostra contrarietà a una politica di liberalizzazione commerciale non più accettabile. Abbiamo contribuito a bloccare il CETA e il TTIP, ma ci sono altre sfide come il TiSA, l’accordo di liberalizzazione sui servizi, e altri accordi come quello con la Tunisia e con il Mercosur che meritano altrettanta attenzione e mobilitazione.

Per il calendario aggiornato in tempo reale: www.stop-ttip-italia.net
Per comunicare eventuali iniziative: stopttipitalia@gmail.com

* Vicepresidente di Fairwatch

[i] https://www.wto.org/english/res_e/booksp_e/world_trade_report16_e.pdf

[ii] http://unctad.org/en/PublicationsLibrary/tdr2016_en.pdf

[iii] https://stop-ttip-italia.net/2016/10/15/quando-un-europarlamentare-chiede-di-esautorare-un-parlamento-nazionale/

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