A cura di Elias Gerovasi

Intervista all’on. Lia Quartapelle capogruppo Pd alla commissione Esteri della Camera e “madrina” dell’Africa Act, insieme al viceministro Mario Giro.

La proposta dell’Africa Act arriva pochi mesi dopo la reale operatività della nuova legge 125/2014 che riforma la cooperazione allo sviluppo dell’Italia. In molti si domandano il perché di una nuova legge specifica. 

Può spiegarci quale valore aggiunto apporterebbe l’Africa Act e perché queste iniziative non sarebbero comunque fattibili con il nuovo quadro normativo della legge 125?

Grazie alla riforma del 2014, al lancio della nuova Agenzia e al timido, ma costante incremento di risorse da destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo, la cooperazione italiana si sta finalmente affermando come strumento della politica estera guidata dal Ministro Paolo Gentiloni: ambiziosa nell’affrontare i problemi dello sfruttamento, dell’insicurezza e delle migrazioni di massa sia nel quadro multilaterale che attraverso il canale bilaterale.

L’Africa Act non è in contraddizione, né si distanzia da questa formula, ma si inserisce in essa. Con un obiettivo specifico: rilanciare le relazioni Italia-Africa e rafforzare la presenza italiana nel continente africano in una logica di co-sviluppo. Si intende così replicare in chiave africana l’esperienza positiva della legge 84/2001 sui Balcani. Fu un’esperienza di successo, che oggi vogliamo ripetere sfruttando la tradizionale e privilegiata proiezione italiana verso le terre dell’altra sponda del Mediterraneo e sfruttando le i nuovi strumenti offerti dalla riforma della cooperazione. La legge 125/2014 sarà così la cornice all’interno della quale si prevede un pacchetto di misure per perfezionare e innovare gli strumenti di cooperazione in ambito culturale e scientifico, nonché economico e politico. È molto positivo che nella legge di bilancio attualmente alle esame della Camera sia previsto un Fondo da 200 milioni per il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani. Non saranno certamente abbastanza soldi per cambiare il destino dell’Africa, ma sono un investimento importante in tempo di crisi e potranno condurre a risultati altrettanto importanti se saranno effettivamente impiegati con un meccanismo di coordinamento, come quello disegnato dall’Africa Act, atto ad assicurarne efficienza e incisività. Mentre altri Paesi europei stanno ancora cercando di capire cosa sta succedendo dall’altra parte del mare in cui muoiono più di dieci migranti ogni giorno, l’Italia si mette in azione con l’Africa per favorire lo sviluppo delle sue economie e la costruzione di un futuro per i suoi popoli.

I più critici sostengono che l’Africa Act legittimerà una cooperazione “selettiva” che corrisponde a specifici interessi/problemi più nostri che delle popolazioni povere. Fermare i flussi migratori, rilanciare gli investimenti esteri dell’Italia e combattere il terrorismo non sembrano effettivamente le preoccupazioni maggiori di chi sta peggio nel continente africano. Come risponde a queste critiche? 

Nei lunghi secoli del colonialismo, i rapporti con l’Africa sono stati dominati da una logica di sfruttamento e di umiliazione. Alle culture e alle tradizioni dell’Africa si è negato ogni riconoscimento, ogni virtù, ogni rispetto, consentendo solo ad alcuni la possibilità di farsi assimilare alla cultura dei vincitori al prezzo di dimenticare e annientare se stessi. A questo approccio coloniale è succeduta negli ultimi decenni un’idea dei rapporti con l’Africa fondata sulla pietà, sulla carità e sulla beneficenza: lontana dal riconoscere all’Africa, ai suoi Stati e ai suoi popoli quel rapporto di parità che l’indipendenza avrebbe dovuto consacrare. I rapporti rimangono così governati in una logica di dipendenza, che non favorisce l’emergere di una vera leadership e non consente un vero sviluppo. Il clima di instabilità e il terrorismo diffuso nel continente è dovuto anche a questo, per l’influenza negativa che altre aree del mondo hanno continuato a esercitare considerando l’Africa una terra di nessuno da utilizzare come lo scacchiere di giocatori e potenze lontane.

Tanto alla Conferenza Italia-Africa del 18 maggio scorso, quanto all’evento di presentazione dell’Africa Act abbiamo invece raccolto l’apprezzamento dei partner africani, perché l’approccio italiano risponde finalmente alla loro richiesta di instaurare relazioni alla pari. Alle donazioni si preferisce accompagnare anche investimenti capaci di favorire la crescita sostenibile; ai programmi di scolarizzazione, si accompagnano anche le relazioni interuniversitarie per favorire la diffusione dell’orgoglio africano per la storia, l’arte, la letteratura e le variegate culture del continente. Così, l’Africa Act intende stimolare finalmente la nascita di una nuova leadership africana. L’obiettivo non è solo e non è tanto quello di fermare i flussi migratori, quanto di facilitare la circolazione del sapere, a vantaggio delle società africane quanto di quella italiana. Un piccolo contributo per fare sì che gli africani possano costruire un futuro nella loro terra. E non a caso, l’Africa Act valorizza anche il ruolo delle diaspore e delle seconde generazioni che, attraverso le loro reti di relazioni transnazionali, possono giocare un importante ruolo di ponte.

Anche l’Africa Act si propone di mettere in campo strumenti per attrarre il settore privato profit nello sviluppo dei paesi partner facendo riferimento a tre settori in particolare: estrattivo, energetico e infrastrutturale. In questi ambiti, come in tutti gli altri settori produttivi, il tema “Business & Human Rights” è centrale soprattutto in un’ottica di cooperazione e partenariato. Il testo ad oggi si riferisce genericamente alle Linee guida OCSE e alle normative europee. Quali ulteriori misure il nostro paese può mettere in campo per garantire che l’impresa italiana in Africa possa creare sviluppo in modo sostenibile evitando le modalità predatorie che le cronache degli ultimi decenni ci hanno spesso raccontato?

L’Italia è stato uno degli Stati membri determinanti per promuovere una regolamentazione europea più stringente sul tema dei cosiddetti minerali insanguinati e per assicurare un’estensione anche delle tipologie dei minerali da rendere oggetto di certificazioni e tracciabilità. Tutti gli interventi dell’Africa Act si inseriscono in questa logica, nel pieno rispetto della normativa e delle linee guida più avanzate nel panorama internazionale. Ma quel che più conta è l’intera costruzione dell’Africa Act, che è fondata proprio sul superamento dello sfruttamento e della denigrazione a cui l’Africa è stata sottoposta nello scorso millennio. Ciò ha trasmesso ai popoli africani un’eredità fortemente negativa contro cui ora dobbiamo batterci. Insieme.

Leggi l’articolo completo pubblicato sulla rivista Mani Tese

*Coordinamento Concord Italia – Mani Tese

Tagged with →  
Share →