a cura di Andrea Stocchiero *

Partiamo da una delle ultime notizie, il governo ungherese sta avviando la costruzione del secondo muro: “Poles for the second fence are already standing near the border station Kelebia, and construction materials have also been shipped to the border elsewhere. Orbán’s chief of staff, Janos Lazar, last week said the government had earmarked 38 billion forints ($130 million) for the fence and containment camps to hold migrants. He said the second border fence, which will extend only to the Hungary-Serbia border for now, would be built as soon as the weather permitted and would be standing by the end of spring.” (fonte Euroactiv). Questa decisione segue un’altra proposta del premier Orban di creare grandi centri di raccolta dei migranti nei paesi vicini, sul modello della politica australiana (vedi l’isola stato di Nauru).

E’ evidente come la crescita delle politiche nazionalistiche di sicurezza in alcuni paesi europei si traduca nell’attuale mancanza di solidarietà interna per la governance dei flussi di migranti, con lo stallo della riforma del regolamento di Dublino (a danno della posizione italiana), e, assieme, con lo scarico di responsabilità di solidarietà e del dovere di protezione sul versante esterno, dalla Turchia alla Libia, fino ai paesi saheliani.

L’Unione europea e alcuni suoi stati membri, tra cui l’Italia, sta sostenendo infatti, oltre al controllo dei flussi e dei confini, la creazione di sistemi di asilo nei paesi vicini e saheliani. Il fine è quello di estendere il riconoscimento di paese sicuro, di modo che saranno questi paesi esterni all’UE a dover offrire accoglienza e rifugio, riducendo la pressione sui paesi membri alla frontiera (Italia, Grecia e Spagna). E’ il modello dell’accordo tra UE e Turchia, che ora l’Italia con la UE sta cercando di riproporre con la Libia, la Tunisia e poi l’Egitto. Di conseguenza si strumentalizza la cooperazione allo sviluppo e crescono i tentativi di condizionare i paesi vicini e saheliani per esternalizzare i controlli e assistere i governi locali nel creare propri sistemi di ricezione, rimpatrio e asilo.

Nel caso della Libia, il vertice di Malta del Consiglio Europeo del 6 febbraio, ha concordato il rafforzamento di operazioni per sostenere la guardia costiera libica nel controllo della frontiera marina, al fine di riportare indietro i migranti trafficati sulle barche dirette verso la costa siciliana. Sono stati impegnati 200 milioni di euro per la formazione della guardia libica del governo di unità nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite, per migliorare le condizioni dei centri di accoglienza locali, per rafforzare i confini con i paesi saheliani, per rimpatriare nei paesi di origine i migranti che stanziano in Libia. Se da un lato questo dovrebbe consentire di ridurre il rischio di morti in mare, colpendo i trafficanti; dall’altro conferma la politica di contenimento e non dà vera sicurezza ai migranti e rifugiati.

Infatti è da tutti conosciuta l’instabilità dello scenario libico, la vulnerabilità dei migranti, la collusione tra milizie e i trafficanti. Condizioni che la stessa Commissione europea riconosce come pericolose e sulla cui base le agenzie delle Nazioni Unite dichiarano la Libia uno stato non sicuro. E nonostante ciò l’UE e l’Italia, con un accordo specifico, hanno deciso di sostenere il governo libico. Ma il rischio è troppo alto ed la misura è funzionale non tanto alla sicurezza dei migranti quanto alla volontà politica europea di chiudere le frontiere, fermando i migranti nei paesi di transito e rimpatriandoli in quelli di origine. Numerose organizzazioni della società civile hanno contestato questa decisione (in allegato lettera firmata da Concord Italia ed inviata al presidente del consiglio Gentiloni, al Ministro degli Esteri Alfano e al Ministro dell’Interno Minniti); e hanno chiesto per l’ennesima volta una politica europea fondata sul riconoscimento dei diritti umani e di protezione dei migranti e dei rifugiati, con canali sicuri e regolari, senza esporsi a negoziati e ricatti di governi autoritari e in conflitto.

La prossima riforma del regolamento di Dublino va considerata in questo quadro ampio e complesso. Quali scenari sono possibili?

  • Più solidarietà interna, con una riforma Dublino positiva (effettiva distribuzione dell’accoglienza tra i paesi membri oltre il primo paese di ricezione), e CON reinsediamenti e corridoi umanitari in un’ottica coerente di solidarietà esterna? Con la prospettiva di un approccio cooperativo multilaterale sulla politica di asilo, secondo anche il processo dello UN Global Compat sui rifugiati?
  • Oppure più solidarietà interna, con una riforma Dublino positiva, MA con frontiere esterne più forti, promuovendo sistemi di accoglienza e asilo nei paesi vicini, in modo da tenere i migranti a distanza, in paesi cuscinetto?
  • Oppure il business as usual: una solidarietà flessibile in una riforma di Dublino che cambia poco o nulla, assieme a un rafforzamento delle frontiere esterne e dell’appoggio ai paesi vicini per fermare e far tornare indietro i migranti, esternalizzando anche l’asilo.

Quest’ultimo scenario purtroppo è il più realistico e più preoccupante per le prospettive di crescente insicurezza interna ed esterna, e per i costi umani che provocherà. Infatti, la costruzione di una fortezza europea divisa al suo interno crea più instabilità: instabilità interna perché in alcuni paesi di confine (Italia e Grecia) aumenta l’irregolarità a causa di una politica di protezione sempre più restrittiva con la crescita di diniegati da rimpatriare; instabilità esterna perché riversa sugli stati confinanti e saheliani la gestione dei flussi, contenendoli in campi e centri controllati con uno scarso rispetto dei diritti umani. La pressione in questi paesi rischia di rinfocolare tensioni locali, fa alzare nuovi muri tra i paesi, rafforza gli stati di polizia, i nazionalismi e quindi le potenzialità di conflitti in una nuova terza guerra mondiale a pezzetti, … mentre la migrazione positiva per lo sviluppo sostenibile viene arrestata. Tutto ciò a detrimento degli obiettivi stabiliti nell’Agenda 2030.

* Area di Lavoro Migrazioni e Sviluppo Concord Italia – Focsiv

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